Il contro-Sessantotto di Luciano Bianciardi di Raoul Bruni

 

Esauriti (o quasi) i due «Antimeridiani» Isbn Edizioni, le opere di Luciano Bianciardi tornano in libreria grazie a Il Saggiatore, che, sotto il titolo Il cattivo profeta (a cura di Luciana Bianciardi, pp. 1482, € 62,00), ripropone tutti i romanzi, i racconti, i saggi e i diari giovanili, con una bella prefazione di Matteo Marchesini. L’uscita del libro può essere una buona occasione per rileggere o approfondire Bianciardi, ma anche per tentare di stilare un bilancio sulla sua fortuna critica nel momento attuale. Perché Biancardi, pur rappresentando, specialmente per le ultime generazioni, un autore di culto, è ancora confinato ai margini del canone novecentesco? Per quali ragioni non ha beneficiato degli avalli critici e editoriali che hanno portato alla canonizzazione di un Pasolini o di un Calvino (per citare due autori esemplari della stessa generazione)? Prima che dalla vicenda umana sfortunata, di precario ante litteram, stroncata da una morte precoce, il mancato riconoscimento di Bianciardi sembra dipendere dalla sua indole inquieta, riluttante a ogni compromesso con le strategie di autopromozione ideologica. Bianciardi fu sempre un irriducibile anarchico e, come spesso accade in Italia a personalità come la sua, risultò sgradito sia ai reazionari sia ai fautori delle magnifiche sorti. Da questo punto di vista, il libro forse più rappresentativo di Bianciardi è anche uno dei meno fortunati: mi riferisco a Aprire il fuoco, il suo ultimo romanzo, e, per molti aspetti, il suo testamento letterario, scritto nell’anno fatidico 1968 e pubblicato nel ’69 (l’autore sarebbe morto due anni dopo). Chissà se qualcuno, nell’ambito delle celebrazioni per il cinquantenario del Sessantotto, ricorderà questa singolare ucronia romanzesca? Spero di essere smentito, ma temo di no, perché Aprire il fuoco non ha nulla che potrebbe essere funzionale a una celebrazione storica: non potrebbe essere usato dai nostalgici del Sessantotto, perché con i giovani ribelli di allora è tutt’altro che tenero, ma neanche dagli anti-sessantottini, dato che è un romanzo troppo rivoluzionario (una volta tanto, questo abusato aggettivo può essere impiegato con pertinenza) per piacere ai tradizionalisti.

Bianciardi riracconta le Cinque giornate di Milano, posticipandone le vicende di oltre un secolo, dal 1848 al 1959, attualizzando così quell’epopea risorgimentale, a cui aveva già dedicato molte opere, tra cui lo scoppiettante pastiche La battaglia soda. In Aprire il fuoco Bianciardi rilegge e riscrive le Cinque giornate come una prefigurazione delle rivolte studentesche del Sessantotto. In totale controtendenza rispetto allo storicismo della cultura italiana coeva, lo scrittore abbatte ogni diaframma cronologico tra passato e presente, facendo direttamente interagire figure eminenti della storia risorgimentale (come Correnti e Cattaneo), uomini contemporanei del mondo dello spettacolo o della cultura (Enzo Jannacci, Giorgio Bocca, Domenico Porzio, Ugo Tognazzi, ecc.) e personaggi inventati di sana pianta. La cronaca delle rivolte assume talvolta un tono satirico che fa pensare ai Paralipomeni di Leopardi. Riassumendo con ironia le tendenze delle varie correnti, Bianciardi parla di quella che aveva «scelto ad emblema e divisa la cosiddetta linea emme, cioè la lettera iniziale dei nomi dei teorici a cui essa parte si rifaceva, e cioè il Mazzini, il Marx, il Mao, il Min e il Marcuse. (Gli avversari ci mettevano anche, a beffa, il Mussolini)». Emerge la profonda confusione tra i riferimenti a ideologi più tradizionali, come Mazzini e Marx, e il richiamo a nomi decisamente più esotici quali Mao e Ho Chi Minh, il cui culto in Italia era il frutto, secondo Bianciardi, di una sorta di orientalismo ideologico, da lui sbeffeggiato in un articolo uscito su «Executive» nel 1968, intitolato Una Cina davvero vicina. Non solo: Bianciardi mette implicitamente in discussione un altro mito rivoluzionario, Ernesto «Che» Guevara, giacché agli «spontanei manifestatori che amano richiamarsi all’insegnamento del dottor Ernesto Guevara», raccomanda piuttosto di rileggere «Carlo Pisacane, che è anche più bravo». Passando dalle idee alla pratica, Bianciardi suggerisce agli studenti di lasciar perdere le occupazioni universitarie e di concentrare l’offensiva da un lato contro le televisioni, dall’altro contro le «vere cattedrali del mondo d’oggi», cioè le banche di Wall Street (anticipando, a suo modo, di più di quarant’anni un movimento come Occupy Wall Street).

Rileggendo i suggerimenti bianciardiani si capiscono bene i motivi per cui egli non diventò mai un punto di riferimento per i rivoluzionari di allora, di cui, tra l’altro, castigò precocemente anche la tendenza al trasformismo (gli extraparlamentari – scrisse con pungente ironia in un intervento giornalistico del 1970 – erano chiamati così perché si erano «prenotati un posto in parlamento per l’indomani»). A differenza di altri, Bianciardi non pose mai fine alla sua rivolta, perché, come scrisse in Aprire il fuoco, «dovunque la rivoluzione ha cessato di essere permanente, là è ritornata tirannia». Tuttavia questa affermazione di rivolta permanente non poteva non rimanere pura utopia, condannandolo a un destino di sempre maggiore isolamento, non soltanto politico. Al di là degli spunti di critica dell’ideologia, Aprire il fuoco ha mantenuto una notevole freschezza anche sul piano dello stile e della struttura, caratterizzata da continui cortocircuiti tra le memorie risorgimentali e la più stretta attualità. Senza nulla togliere al Bianciardi più noto della cosiddetta «trilogia del lavoro» (quello di Il lavoro culturale, L’integrazione e La vita agra), Aprire il fuoco meriterebbe senz’altro più attenzione di quanta gliene sia stata finora concessa dalla critica e dai lettori. Anche per completare il profilo di uno scrittore inquieto ma necessario del nostro Novecento, e rileggerne l’opera, come auspica Marchesini, «al netto del marketing tendenzioso a cui rischia di cedere ogni “operazione outsider”».

(Questo articolo è uscito su «Alias»).

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