‘68 / La protesta degli studenti di Matteo Moca

 

Nel numero 33 dei Quaderni piacentini del 1968, apparve un testo di Guido Viale, Contro l’università (lo si trova oggi anche in diverse raccolte di saggi: si segnalano qui Quel che gli studenti non sanno e non fanno, Edizioni dell’asino e Il ’68 senza Lenin ovvero la politica ridefinita, Edizioni e/o), destinato a diventare un documento unico degli anni delle contestazioni studentesche. Scritto durante le proteste presso l’Università di Torino, Contro l’università è un testo che sta alla pari con altri importanti documenti di quegli anni, europei ed extra-europei, come l’importante Manifesto di Port Huron (che prevedeva «la nonviolenza, la disobbedienza civile e il diritto per ogni giovane di praticare la democrazia partecipativa»), quello di Jerry Rubin Non fidarti di nessuno che abbia più di trentaquattro anni o il documento, anch’esso da rileggere e meditare, Della miseria nell’ambiente studentesco di alcuni membri dell’Internazionale Situazionista e studenti dell’Università di Strasburgo. Fu lo stesso Piergiorgio Bellocchio, fondatore della rivista assieme a Grazia Cherchi, a definire con enfasi il testo di Viale come quello che aveva «praticamente inventato il movimento studentesco», pensiero che lo spinse ad aumentare addirittura la tiratura di quel numero per diffonderlo in tutte le università italiane. Come nota anche Balestrini in L’orda d’oro, è indubbio che in quel documento si identificarono in molti, avendo questo «lo stesso effetto che aveva ottenuto precedentemente Lettere a una professoressa». Se il testo di Don Milani, a cui giustamente Balestrini affianca quello di Viale, ha continuato e prosegue tuttora ad essere un importante luogo di confronto e di studio, lo stesso non si può dire per Contro l’università, documento che certo sembra respirare troppo l’aria di quegli anni e finisce quindi per apparire debole e sfocato nelle riletture odierne. Rintracciare le motivazioni di un tale differente andamento non potrà certo essere fatto in questo luogo, ma evidenziare l’assoluta contemporaneità di questo testo rientra invece nelle nostre possibilità.

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Come è noto gli anni tra il 1967 e il 1968 sono quelli in cui la protesta giovanile raggiunge il suo culmine in tutto il mondo, una protesta accomunata da una serie di intenti rintracciabili nell’antiautoritarismo, nella radicalità e nell’antidogmatismo, una ribellione che si scontra «contro la società gerarchica, che divide il mondo in classi sociali e crea nella vita quotidiana dominati e dominatori, vincitori e sconfitti, emarginati e integrati» scrive Pontremoli nella sua storia della rivista I piacentini. In Italia quasi tutte le università vengono occupate, perché il sapere e la sua trasmissione costituiscono uno degli aspetti più eclatanti di queste distorsioni della società (sono gli anni, per esempio, anche degli studi di Bourdieu sui meccanismi «riproduttivi» della scuola di ogni grado). La natura dei dispositivi di istruzione è, come ben noto, duplice: se da una parte infatti costituiscono il luogo di nascita di una lotta contro l’egemonia in quanto luogo di trasmissione e nascita dei sapere, dall’altra replicano i valori dominanti. È importante però specificare anche un’altra possibile via, quella espressa da Gramsci nei suoi Quaderni, dove la scuola è rappresentata sì come uno dei principali strumenti di egemonia dello Stato e dei ceti dominanti ma è, nello stesso tempo, e anche per questo, il luogo fondamentale dove può maturare una contro-egemonia popolare. Il documento di Viale rientra in realtà all’interno della spaccatura che abbiamo poco sopra delineato: Viale, studente a Torino, fu cercato da Fofi, che lo conobbe tramite i Baranelli, per scrivere questo documento, poiché il vivace animatore dei Quaderni rintracciava nella sua esperienza l’occasione migliore per creare un racconto compiuto della protesta. I giovani sono, secondo gli studenti del movimento, messi gli uni contro gli altri e trattati dai docenti con una vera e propria violenza che sfocia nella prevaricazione e nell’umiliazione. Uno dei punti forti del documento di Viale, ed è anche uno dei motivi per cui ancora oggi costituisce un importante luogo di confronto, sta però nel distaccarsi dalla spesso sterile critica al sistema baronale universitario, andando ad interrogarsi sul luogo di nascita di questa asimmetria che viene rintracciata proprio nelle modalità di trattamento degli studenti che «si radica nel consenso autoperpetuantesi che la scuola e l’Università riescono ad imporre agli studenti attraverso la frammentazione delle loro istanze collettive e mediante la manipolazione dei singoli studenti ormai isolati di fronte all’apparato repressivo». La prima e fondamentale necessità risiede allora in una chiamata all’unità del corpo studentesco che deve essere capace di rispondere compatto ai tentativi di addomesticamento.

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Il testo Contro l’università si può dividere, seppure in maniera arbitraria, in due parti, in ogni caso organiche e consequenziali: una che racconta gli aspetti più teorici del movimento, l’altra invece che rende partecipi i lettori delle attività in svolgimento all’Università di Torino, precisandone genesi e motivazioni. Il testo accorpa molti documenti del movimento torinese (tra gli altri Didattica e repressione, che insiste sull’asservimento delle università alle industrie che finanziano ricerche, che portano i ricercatori a diventare «dei dipendenti dell’industria commissionatrice») ed è diviso in cinque punti: L’Università come strumento di integrazione, L’autoritarismo, La cultura, L’immaginazione sociologica e Base e vertice. Nella prima di queste, quella forse più teorica ma di una teoria che vive della prassi e dell’osservazione sociologica, Viale scrive che il primo compito del movimento studentesco è quello di smascherare le distinzioni interne alla popolazione universitaria. Dato per certo che al momento dell’inserimento all’università gli studenti sono privi del potere e «sottoposti alla manipolazione dell’autorità accademica», è subito possibile scindere in due grandi gruppi la popolazione studentesca: «per alcuni inserirsi nella struttura di potere dell’università non è che un primo passo del loro inserimento nelle strutture di potere della società, mentre per la maggioranza degli studenti la subordinazione al potere accademico non è che l’anticipazione della loro condizione socialmente subordinata all’interno delle organizzazioni produttive in cui sono destinati a entrare». Se questa era la visione di Viale, ma si può tranquillamente dire di tutti i movimenti studenteschi cinquanta anni fa, quando la popolazione universitaria non toccava certo cifre come quelle odierne, la questione si ripropone, o meglio dovrebbe riproporsi, ancor di più oggi, dove sempre più, in particolare nelle facoltà scientifiche, il percorso accademico non è visto come nient’altro che una tappa obbligata per poi inserirsi negli ingranaggi gonfi e ormai vicini alla rottura, del mercato del lavoro. È dunque ancor più vero quello che scrive Viale poco dopo, e cioè che «per la maggioranza degli studenti […] l’università funziona come strumento di manipolazione ideologica e politica teso a instillare in essi uno spirito di subordinazione rispetto al potere», prova ne sono anche le scelte di determinati campi universitari percentualmente più interessanti per il mondo del mercato.

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Negli stessi anni, Barbagli e Dei portano avanti le ricerche che confluiranno nell’importante Le vestali della classe media. Ricerca sociologica sugli insegnanti (che uscirà nel 1969 per Il Mulino), che mostrerà come pure nella scuola media inferiore, fresca di una riforma che nelle intenzioni avrebbe dovuto spingere verso una equiparazione degli studenti, il meccanismo non si muove dalle coordinate che divengono lampanti nel mondo universitario, con una resistenza ai cambiamenti in primo luogo degli insegnanti. I risultati della ricerca mostrano come esistano elementi di forte continuità tra il periodo prima della riforma e quello successivo e di come la scuola si presenti, secondo le loro parole, come spazio di «socializzazione alla subordinazione». Ciò che si evidenzia in maniera decisiva è la continuità della discriminazione degli studenti delle classi inferiori, alimentando un processo che evidenzia degli squilibri e addestra i «giovani all’accettazione passiva del sistema sociale esistente», nascondendo ancora una volta la potenziale via d’uscita dallo stallo e perpetrando una continua riproduzione dell’ordine presente.

Su posizioni simili si situano anche gli studi di Bourdieu, che dedica al tema due libri in questo periodo, entrambi con il collega Passeron, I delfini. Gli studenti e la cultura (uscito in Francia nel 1964) e La riproduzione. Per una teoria dei sistemi d’insegnamento (1970). Uscirà poi, in un secondo momento, un altro testo che completa un vero e proprio trittico sui legami tra educazione e potere, dedicato al sistema di reclutamento delle Grandes écoles francesi (La noblesse d’état. Grandes écoles et esprit de corps, 1989). Il punto focale che guida queste ricerche è l’indagine della riproduzione delle strutture sociali nel mondo della scuola che si configura così come lo spazio dove il dominio dello Stato si esercita con grande efficacia. Nel primo dei testi, Borudieu tenta di far emergere il peso che «l’eredità culturale» riveste nelle possibilità di successo degli studenti, in linea così con i dati di Barbagli e Dei, notando come il postulato sull’uguaglianza formale di tutti gli allievi «come condizione del suo funzionamento, non può riconoscere altre differenze che quelle relative alle doti individuali». Bourdieu e Passeron iniziano già a notare la riproduzione dei rapporti tra classi sociali ed educazione, rapporto che indagheranno in maniera ampia, e viene da dire insuperata, in La riproduzione, testo che offre un quadro complessivo circa il ruolo della scuola nel mantenimento dell’ordine sociale: Bourdieu qui afferma con forza, sostenuto da dati certamente inoppugnabili, che la scuola figura nella società contemporanea come luogo di eccellenza della riproduzione sociale, luogo in cui le classi ricevono la loro «consacrazione».

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Il testo di Viale acquisisce ancora maggiore ricchezza se confrontato ed integrato con le ricerche portate avanti nello stesso periodo da studiosi e sociologi, perché consegna un punto di vista interno, quello di uno studente. Nel passaggio del documento di Viale poco sopra citato, quello che parla dei rapporti tra gli studenti, risiede uno dei momenti più tristemente profetici poiché viene individuata la capacità che questo spirito di subordinazione ha di «cancellare la dimensione collettiva delle esigenze personali e la capacità di avere rapporti con il prossimo che non siano puramente di carattere competitivo». È difficile oggi non vedere la trasformazione dei rapporti, che tendono sempre di più verso quella società di «prestazione», come definita da Han in La società della stanchezza, ovvero verso quel microcosmo di relazioni che, dietro l’apparente illusione di controllo che l’uomo crede di avere su se stesso e su ciò che lo circonda, in realtà mina lo stesso vivere sociale e che lo porta a ripiegarsi su un impegno esclusivo nella soddisfazione individuale.

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Tra i documenti che vengono da Viale ripresi ed ampliati, riveste un ruolo di primo piano Le commissioni di studio come strumento di contestazione del potere accademico, dove viene espressa la necessità dell’organizzazione degli studenti per liberarsi dalle strutture antiquate dell’insegnamento dove, per esempio, «l’esclusione del dibattito politico e culturale è il logico complemento dell’insegnamento accademico e autoritario. Serve a preparare degli esecutori politicamente disarmati o professionalmente limitati. All’università si impara soprattutto a comandare e a obbedire». Per questo è necessario elaborare nuove forme di comunicazione del sapere in cui la preparazione degli studenti possa essere trasmessa attraverso la discussione senza divenire frutto di un’imposizione autoritaria. Questo nuovo processo conoscitivo deve modificare dunque il tipo di rapporto tra lo studente e il sapere, ma deve anche investire gli argomenti dell’insegnamento e la natura stessa della ricerca: «la ricerca che si svolge all’università italiana non è ricerca ma è, specie nelle facoltà umanistiche, una dimostrazione accademica delle teorie dei “santi protettori”, di dottrine che godono di tanto maggior prestigio quanto più sono conformiste e stereotipe». Le commissioni, attorno a cui si riuniscono persone che desideravano affrontare determinati argomenti esclusi dall’insegnamento universitario, si organizzano allora nella creazione dei celebri contro-corsi. Viale riporta per esempio il lavoro su Psicoanalisi e repressione, con lo studio delle opere di Freud, Malinowski, Marcuse e Adorno, oppure quello di Scuola e società, non nascondendo le incomprensioni interne alle commissioni, in particolare sull’utilizzo di determinati libri, discussioni funzionali però al miglioramento del lavoro.

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Al documento di Viale seguirono sui Quaderni Piacentini, luogo privilegiato di discussione sull’argomento, risposte e precisazioni importanti come l’articolo Il dissenso e l’autorità di Franco Fortini che indaga con lucidità e acume la natura più intima del movimento e delle proteste, insistendo sul ruolo dello studente , oppure l’articolo di Francesco Ciafaloni Le corporazioni della scienza e la lotta nelle università, sulla realtà delle facoltà scientifiche (è possibile leggere i numeri dei Quaderni Piacentini in rete grazie al prezioso lavoro della Biblioteca Gino Bianco).

Il documento di Viale ovviamente vive degli anni in cui è stato scritto ed è radicato nel clima politico in cui si sviluppò, ma è indubbio che ancora oggi necessita di lettura e studio, proprio perché le questioni indagate da Viale sembrano aver raggiunto oggi un ulteriore livello di preoccupazione, in molti casi trasformandosi in allarmanti prassi nell’educazione.

(Pubblicato sul sito alfabeta2, il 13 maggio 2018)

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