Alain Krivine: il ’68 fu fantastico ma la rivoluzione fallì

 

50 anni fa il ’68: parla uno dei leader dell’epoca, Alain Krivine, militante trotzkista: «Noi contro padroni, oggi contro immigrati. Ma ci spero ancora»

«Fu un’esplosione sociale fantastica, che coinvolse milioni di lavoratori e lavoratrici. Ma molte cose mancarono, e sul piano politico fu un fallimento»: non si nasconde, 50 anni dopo, Alain Krivine, l’anima «movimentista» del Maggio Sessantotto, ancora oggi opposta a quella «spontaneista» rappresentata da Daniel Cohn-Bendit. Ma Krivine, 75 anni, trotzkista, poi leader della Lega comunista rivoluzionaria (Lcr), quindi del Nuovo Partito anticapitalista, non è pessimista: «spero nel nuovo proletariato – dice all’ANSA – ma non nell’immediato.

C’è bisogno, come allora, di un lungo lavoro di pedagogia da parte della sinistra. Oppure di una scintilla». «Le circostanze oggi sono molto cambiate – riflette Krivine – allora c’erano 500, 600.000 studenti, per lo più usciti dalle classi medie, oggi ce ne sono due milioni, spesso obbligati a lavorare per studiare. Allora, quando organizzammo il grande sciopero generale, c’erano grosse fabbriche, come la Renault di Billancourt, oggi non ce ne sono più. Il proletariato oggi è molto più vasto ma più diviso, sono in crisi il sindacato e i partiti, di sinistra e di destra, c’è un fenomeno di depoliticizzazione generale. Vediamo lotte locali molto radicali, durissime, ma senza nessun coordinamento nazionale. O, al contrario, scioperi generali lunghi ma nei quali la gente non vede alcun interesse».

Ma dove volevano andare quelli come lui nel ’68? Fin dove volevano spingere la rivoluzione? «Io ero già molto politicizzato, ero trotzkista ma non sapevamo dove andavamo, sapevamo dove non volevamo andare. Non cercavamo una rivoluzione come i maoisti perché non cercavamo un’organizzazione o dei partiti. Volevamo quell’esplosione fantastica che ci fu, ma non sapevamo fin dove saremmo arrivati. Tutto avvenne grazie a una classe operaia molto radicale e poco interessata a sindacati e partiti e a un movimento studentesco che aveva come parola d’ordine ‘potere ai lavoratori’. L’altro slogan era ‘Dix ans de gaullisme, ça suffit!’ (10 anni, ora basta). Per 10 anni la gente di sinistra aveva votato per de Gaulle e poi si era resa conto di essere stata ingannata, come avviene oggi con Macron».

Macron come de Gaulle, il 2018 come il ’68? «Molti votarono de Gaulle all’epoca pensando che avrebbe cambiato le cose – dice Krivine – oggi hanno votato Macron contro estrema destra ed estrema sinistra ma senza grosse illusioni. E quelle che c’erano già cominciano a cadere. Macron incarna il ‘né destra né sinistrà di de Gaulle». Oggi, per Krivine, la crisi favorisce soprattutto «l’estrema destra nazionalista, in alcuni casi i fascisti come in Grecia, in altri i nazionalisti come in Inghilterra e Francia. Oggi è più facile fare gli anticapitalisti e scagliarsi contro gli immigrati che essere rivoluzionari contro i padroni».

Quindi, poche speranze? «Non sono pessimista – assicura Krivine – ci sono tanti conflitti, ecologisti, femministi, sociali. A volte sono battaglie radicali, durissime, ma non sono coordinate e soprattutto non a livello nazionale. Io ho speranza nel nuovo proletariato, ma non nell’immediato. C’è bisogno di un lungo lavoro di spiegazione, l’estrema sinistra in questo sarebbe di nuovo utile. Allora facemmo proprio questo, ci fu una mobilitazione fantastica per alcune settimane ma tutto fallì quando chi protestava accettò la soluzione istituzionale e perse fiducia nella lotta collettiva». E poi, ripete, c’è sempre la possibile «scintilla»: «ricordo che soltanto qualche giorno prima di quella fantastica esplosione, Le Monde uscì con un editoriale del suo direttore, Hubert Beuve-Mery. Il titolo era ‘La Francia si annoià. Aveva torto. E può succedere ancora».

(pubblicato da: Popoffquotidiano, 28 gennaio 2018, da Parigi, Tullio Giannotti, ANSA)

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